SAN SEVERO – IL PROF. MICHELE CAMPANOZZI RICORDA I MARTIRI DELLA LEGALITA’

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di N. Michele Campanozzi

 

Ricordando i Martiri della legalità

 

Questo Paese specialmente negli ultimi sessanta anni ha sofferto tanto per l’illegalità dilagante in molti strati sociali. C’è stata gente che ha offerto con coraggio ed eroismo la propria vita per difendere quella di tutti dai criminali e ridare un colore di dignità a una Italia ferita dalla presenza dei molteplici soprusi contro il desiderio di onestà da parte della stragrande maggioranza della popolazione.

In questo momento mi sembra doveroso ricordarli un po’ tutti, soffermandomi alla fine soprattutto sul giudice definito “ragazzino”, cioè Rosario Angelo Livatino.

Giudici: Agostino Pianta, Pietro Scaglione,  Francesco Ferlaino, Francesco Coco, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, Fedele Calvosa, Emilio Alessandrini, Cesare Terranova, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato, Gaetano Costa, Gian Giacomo Ciaccio-Montalto, Bruno Caccia, Rocco Chinnici, Alberto Giacomelli, Antonino Saetta, Rosario Angelo Livatino, Agostino Scopelliti, Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone (di cui ricorre oggi l’anniversario della strage), la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino…

Giornalisti: Carlo Casalegno, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Giuseppe Impastato, Giovanni Spampinato, Walter Tobagi…

Politici: Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Aldo Moro…

Militari: Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e i 29 tra carabinieri e poliziotti delle varie scorte.

Innumerevole è anche l’elenco di sindacalisti e imprenditori caduti per la difesa della legalità. Se si volesse fare un conteggio esso ammonterebbe a oltre ottocento vittime.

In questo contesto mi piace ricordare un Giudice, definito “ragazzino”, cioè Rosario Angelo Lçivatino assassinato dalla mafia a 38 anni. Ne ripercorro brevemente la biografia.

 Rosario Angelo Livatino è nato a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952. Impegnato nell’Azione Cattolica, conseguì la maturità presso il Liceo Classico Ugo Foscolo e nel 1971 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo, presso la quale si laureò poi nel 1975  cum laude. Tra il  1977 e il 1978  prestò servizio come Vicedirettore in prova presso l’Ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per Uditore Giudiziario, entrò  in Magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta. Il 29 settembre  1979 diventò Sostituto Procuratore (Pubblico Ministero) presso il Tribunale di Agrigento, occupandosi di inchieste molto delicate tanto da entrare nel mirino della criminalità. Ricoprì tale carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di Giudice a latere.

Mentre si recava senza scorta in Tribunale sulla sua Ford Fiesta amaranto, ad appena 38 anni venne barbaramente ucciso il 21 settembre del 1990 sul viadotto Gasena al km 10 della superstrada  640  Caltanissetta-Agrigento per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con  Cosa Nostra. Inseguito venne finito con un colpo in pieno volto nel vallone della scarpata sottostante. Del delitto fu testimone oculare l’agente di commercio Pietro Ivano Nava, originario del bergamasco fermatosi per una foratura alla sua macchina, sulla base della cui immediata e coraggiosa testimonianza resa alla polizia furono poi individuati gli esecutori dell’omicidio.

Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe dopo esplosa come la Tangentopoli siciliana e aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni.

San Giovanni Paolo II lo definì  “martire della giustizia e indirettamente della fede”, perché aveva improntato la sua attività alla luce del Vangelo. Profuse il suo impegno affinché, nell’aula delle udienze, in Tribunale, ci fosse un crocifisso. Ogni mattina, prima di entrare in Tribunale, andava a pregare nella vicina Chiesa di San Giuseppe. Nel vallone accanto alla superstrada, dov’era precipitato agonizzante per sfuggire ai killer, fu trovata accanto a lui la sua agenda di lavoro. Su di essa, nella prima pagina, spiccava la sigla “STD”. Gli inquirenti pensarono a un messaggio cifrato per indicare il nome degli assassini, invece era una sigla che metteva nelle sue agende e anche nella sua tesi di laurea, che sta per “Sub tutela Dei”.

La sua figura è stata ricordata nel film di Alessandro Di Robilant  Il giudice ragazzino, uscito nel 1994 (film vincitore nello stesso anno del Premio David di Donatello, del Globo d’Oro e del Festival di Berlino) ; è invece del 1992  il libro omonimo, scritto da Nando dalla Chiesa.

Come si può notare, quella di Rosario Angelo Livatino è stata una vita condotta avanti nell’esercizio scrupoloso del proprio dovere di Magistrato, nella fedeltà al giuramento fatto di servire le leggi dello Stato. In uno dei suoi appunti scriveva: “Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.  

Nel 1993 il Vescovo di Catania Luigi Bommarito, già Vescovo di Agrigento, si incaricò di far raccogliere le testimonianze per la causa di Beatificazione. Il 19 luglio 2011 dall’Arcivescovo di Agrigento,  Card. Francesco Montenegro, è stato firmato il decreto per l’avvio del processo diocesano di Beatificazione, aperto ufficialmente il 21 settembre dello stesso anno  nella Chiesa di San Domenico di Canicattì.  La fase diocesana è stata chiusa il 9 ottobre 2015 e il prosieguo ora si è spostato a Roma  presso la Congregazione per le Cause dei Santi. Per Rosario Livatino, ora Servo di Dio, che sulla sua scrivania aveva il Vangelo  e il Crocifisso, fra vita cristiana e mafia c’era una incompatibilità radicale.

La sua è stata, come ha detto anche papa Francesco nell’udienza al Consiglio Superiore della Magistratura nel 2014,  Una testimonianza esemplare, fu un giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana”.

Questo era il Giudice Rosario Livatino, altro che “Giudice ragazzino”, ma un gigante dello spirito, maturo e ricco di una Fede così profonda da costituire una rarità difficile da trovare al giorno d’oggi.

In questi tempi di recrudescenza della criminalità a tutti i livelli e in ogni territorio, dal più grande al più piccolo, con la prepotenza che sembra essere diventata l’arma dei cosiddetti forti, sarebbe ora in cui gli uomini onesti facciano sentire la loro voce e soprattutto diano testimonianza di serietà comportamentale, perché questo mondo non si salva solo con le parole o curando semplicemente una immagine, ma, guidato dall’etica, si riscatta compiendo con responsabilità un salto di qualità nella gestione delle scelte di vita. E qui ognuno ha il dovere di essere se stesso nella costruzione di una realtà in ogni suo ambito sociale più giusta nella quale sia garantito a tutti il posto che la loro dignità richiede e merita. 

 

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